
Votare è certamente un diritto.
Ma al tempo stesso chi vota ha il dovere di informarsi, di domandare, di capire, di riflettere e di comprendere gli effetti che la sua azione potrà avere sul futuro.
E già questo è un punto sul quale, stranamente, sarebbe già molto se tutti fossimo d’accordo.
Ora, è giusto informarsi andando a leggersi i programmi ma sento già subito l’obiezione simil-qualunquista secondo la quale “tanto poi nessuno fa ciò che promette”. Tempo fa ho sentito sostenere che per far politica “basta saper parlar bene e convincere la gente”.
Personalmente, se la prima affermazione mi fa un po’ paura (non che sia scorretta, solo che non bisognerebbe pensare così, in teoria), la seconda mi fa cadere le braccia, nella sua drammatica realtà.
DALLA POLITIA ALL’AGORACRAZIA
Senza che stiamo qui a smenarla con la storia della democrazia da Clistene in poi, di sicuro a questo siamo arrivati: all’applicazione delle tecniche pubblicitarie, del marketing alla politica. In altre parole chi desidera essere eletto non fa altro che vendere un prodotto, nel qual caso sé stesso.
Intendiamoci, l’arte della retorica, della dialettica è antica, degnissima ed elevata ma se una volta le diatribe avvenivano su livelli teoretici molto elevati (i dissoi logoi erano un arte), oggi siamo alla pura e sterile discussione da bar, o per meglio dire, alla vendita in stile Tupperware.
E comunque, sebbene anche a Platone stesso i sofisti stessero parecchio sul culo, cerchiamo di non dare subito un giudizio morale della cosa.
Facciamo prima un passo teoretico indietro.
La politica, che come sanno pure alle elementari, è la gestione della cosa pubblica, dovrebbe mirare idealmente a una situazione nella quale a governare sarebbero coloro che lo potrebbero fare al meglio. Siamo d’accordo su ciò?
“Governo dei migliori” quindi…Non male ma…Dove l’ho già sentita questa?
Ah, si. E’ la definizione letterale di Aristocrazia la quale, se la spogliamo del vestito che nei secoli ha avuto, non è altro che la forma di governo che, per Aristotele, si distingue dalla monarchia (governo di uno) e dalla politìa (governo dei molti). Sempre secondo il filosofo greco queste forme di governo avrebbero potuto degenerare rispettivamente in oligarchia (governo di pochi), in dispotismo e in democrazia (governo di un gruppo che avrebbe regnato con la demagogia).
Bene, la politia è degenerata definitivamente nella democrazia e nessuno e nessun metodo ci assicura che gli eletti siano veramente il meglio che la città, la regione, lo stato, la comunità possono esprimere. Al massimo sappiamo che sono i migliori a parlare, o meglio, a convincere i consumatori, pardon, gli elettori. In una parola i migliori venditori.
Ma allora siamo in una sorta di agoracrazia, un mercato dove si vendono parole in cambio di voti, dove si presuppone che un ottimo mercante sia pure un ottimo amministratore.
Un po’ pochino come garanzia di qualità, non trovate?
Infatti accade ciò che è sotto i nostri occhi e cioè che il fatto che uno sappia vendersi non vuol sempre dire che sappia pure amministrare la cosa pubblica.
Come se ne esce da questo impasse? O portandolo alle estreme conseguenze introducendo un sorteggione che obblighi ogni singolo cittadino a sentirsi protagonista della politica (una sorta di parlamento formato come una giuria popolare o un’assemblea condominiale) o dichiarando la fine della politica basata sull’idea di democrazia rappresentativa (e il dibattito sulla dicotomia tecnici-politici in corso in questi giorni trae le proprie origini dai primi anni ‘90 e non è del tutto fuori luogo) o ampliando il controllo dei cittadini sui propri rappresentati grazie, magari, ad internet.
Quale sarà lo sbocco fra i tre o se ce ne sarà un altro è ancora presto per dirlo. Quel che per me è chiaro è che il momento della “gara elettorale” sta perdendo sempre più di significato diventando sempre più una telepromozione o una vendita porta a porta.
IL PRINCIPIO RESPONSABILITA’
Ok, va bene, mi si dice, ma ora?
Al momento abbiamo ancora a che fare con sta agoracrazia mascherata da democrazia malandata.
E allora su cosa dobbiamo basarci per votare?
La mia opinione è che, stando così le cose, non si possa più votare solamente in nome di un marciapiede, di una strada asfaltata, di una riforma promessa, di una tassa in meno. In primo luogo perché, come detto prima, qualunquisticamente, uno potrebbe dire che tanto poi non lo si fa etc…
Ma più che altro perché quando si vota lo si deve fare pensando al periodo lunghissimo e non a quello immediatamente futuro.
Mi spiego meglio.
Non dico che un politico, in questo caso un sindaco, non debba fare i marciapiedi o infrastrutture, né che non sia giusto avanzare pretese e pretendere il mantenimento delle promesse. Quello che dico è che un politico dovrebbe agire con fare lungimirante, chiedendosi quale effetto queste potrebbero avere anche a decenni di distanza. Il politico deve essere capace di leggere la situazione sociale, economica, ambientale e culturale attuale del paese che è chiamato a governare e deve capire come indirizzare il suo operato. Ogni sua azione deve essere soppesata su un intervallo di tempo molto lungo, secondo quello che Jonas chiama Principio Responsabilità, vale a dire che ogni decisione deve comprendere al suo interno ogni cautela e responsabilità per ogni minimo intervento, essendo sempre prudenti ad evitare comportamenti che possano, nel futuro in cui vivranno i nostri figli, creare problemi insormontabili e irreversibili.
In questo senso lungimiranti furono i componenti dell’assemblea costituente del ‘46 e quindi i vari De Gasperi, Togliatti, Moro, Berlinguer, tanto per rimanere nell’ambito italiano del secondo dopoguerra. O ancora coloro che stilarono la carta dei diritti dell’uomo ragionarono tenendo (naturalmente ante litteram) presente il principio responsabilità e immaginando gli effetti benefici che la loro azione avrebbe avuto sull’umanità futura.
Spero si capisca perché io non baratterei mai una strada senza buche o una tassa in meno in cambio di un’azione politica di corto respiro, di basso profilo culturale o, peggio ancora, con in sé i germi della violenza.
Naturalmente i problemi che quotidianamente affrontiamo sono delle spie che ci devono mettere in allerta ma, come dicevo sopra, il buon politico deve saperli leggere e interpretare.
Il politico “agoratico” invece li utilizzerà a fini propagandistici, li prenderà di petto, li semplificherà e li tratterà come si trattano i problemi in tv e cioè con fare manicheistico, questo è benebenebene, questo è malemalemale, noinoinoi, loroloroloro.
Ciò vuol dire che il politico che abbia a cuore il bene del proprio paese potrà pure essere impopolare ma solo da chi non fosse capace di ragionare in lungo.
Ecco perché la disputa sui governi tecnici che nasce, come detto, nei primi anni 90 all’epoca di Tangentopoli, è quanto mai attuale.* Il buon politico non deve fare i conti con il proprio elettorato, con i sondaggi di opinione, né sul modo di vendersi meglio di chi non sappia bensì deve saper condurre al meglio un paese, tutto il paese.
Non solo, perché il paese da governare non deve essere solo quello attuale bensì ancor di più quello futuro, quello dei nostri figli.
Si badi, non ho inventato nulla.
Già Platone parlava di uno stato ideale dove a governare avrebbero dovuto esserci i filosofi…**
AAA CERCASI CANDIDATO RESPONSABILE.
Ad ogni modo spero che su questo punto il consenso sia unanime.
Allora il problema diventa come riconoscere il buon politico da quello cattivo dal momento che, “purtroppo”, abbiamo ancora a che fare con questa falsa democrazia rappresentativa.
Di sicuro ogni parola detta da un candidato deve essere soppesata, capire cosa stia dietro a quella e cercare se mai fosse possibile rintracciare anche il solo minimo sospetto di violenza, di chiusura mentale, di contraddizione o di scarsa lungimiranza.
In quel caso il candidato sarebbe da non votare perché il suo operato “cieco” e “corto” rischierebbe di provocare dei danni nel medio-lungo periodo.
E’ così difficile da scoprire?
A quanto pare si, leggendo molte delle dichiarazioni di voto apparse su queste pagine nell’ultimo mese.
Chi vota perché vuole un traforo piuttosto che un altro, chi vota perché vuole sicurezza, chi perché gli tolgono l’ICI, chi perché vuole una pista ciclabile, chi perché ce l’ha col mondo intero…
Come s’è capito arrivo al punto più particolare del mio discorso anche se so già che riceverò critiche sperticate o lodi spietate (o era il contrario?…)
Pazienza, correrò il rischio.
Come ho scritto tempo fa, forse in modo più accorato e di parte, i problemi attuali vanno letti in modo più ampio sia temporalmente che spazialmente. Il primo l’ho già spiegato e aggiungo che pure il passato (corsi, ricorsi, cause, conseguenze…) ha la sua importanza. Il secondo è presto detto e riguarda l’inserimento del problema in un ottica regionale, nazionale e internazionale.
Far finta di essere nel medioevo, adoperando metodi anacronistici è quantomeno a-storico e a-politico. Innalzare frontiere nuove nell’epoca della globalizzazione è, converrete, ridicolo. Arroccarsi al proprio territorio dopo che s’è conquistata l’unità europea è fuori dal mondo.
Parlare ancora di comunismo e fascismo nell’epoca del capitalismo più sfrenato e del declino della democrazia è fuori dal tempo. Parlare ancora di governi del ‘700 dopo l’unità di Italia è cecità.
Qualsiasi fenomeno sociale che abbia una rilevanza tale da “preoccupare” i cittadini di un paese, deve essere letto nella sua totalità, va studiato e compreso nei suoi prodromi, nel suo sviluppo, nelle sue cause, nelle sue sfaccettature e, SOLO dopo aver immaginato la sua evoluzione futura, va indirizzato con interventi mirati e continui nel tempo.
Un altro modo per riconoscere coloro che non devono esser votati è l’utilizzo di idee o concetti che esulano dalla ragione umana. Se entrassi nel particolare finiremmo subito nella rissa sterile e ci sarebbe chi si ferma a queste righe senza riflettere sul resto. Allora farò un esempio che sta a cuore a molti qui a Verona (tanto chi mi conosce sa a chi mi riferisco): il fatto che uno discrimini delle popolazioni straniere e che le consideri criminali geneticamente non è un’opinione, è un abominio che non dovrebbe essere permesso. E infatti è un reato tanto che qualcuno è stato pure condannato di recente dalle nostre parti.
Capitemi, non dico che non accadono determinati fatti in corrispondenza di determinati luoghi, ma dico che il concetto di associare un popolo ad un crimine è una cosa orribile oltre che profondamente stupida. E capirete bene che l’utilizzo di alcune categorie distorte di pensiero non si addicano a chi aspira a governare un paese intero primo perché sono idee che non dovrebbero esistere e secondo perché contengono in sé un germe, a mio parere alquanto robusto, di violenza, di discriminazione, di chiusura e di superficialità.
CONCLUSIONE
Sento già l’accusa di chi dice che io avrei la verità in tasca e che le idee contrarie alle mie sono sbagliate e tutte ste cose.
No, amici.
Io le idee diverse le combatto con tutte le mie forze ma le rispetto.
Ciò che non rispetto sono le non-idee, le opinioni contro la ragione umana e tutte le idee che abbiano nel loro fondo un’anima di violenza o che possano in qualche modo generare odio o prevaricazione. Altrimenti dar loro asilo oggi vuol dire ritrovarle corroborate e inestirpabili tra dicei ventenni. Vorrei che chi votasse lo facesse pensando soprattutto a questo piuttosto che ad uno scavo, ad una pista ciclabile, ad un quartiere, ad una paura.
Insomma cominciamo a pensare in lungo, ragioniamo secondo il Principio Responsabilità.
Cerchiamo di capire in che epoca viviamo, quali sono le dinamiche storiche che viviamo, quali le cause di ciò che siamo, quali le possibili evoluzioni, quale il mondo che vogliamo tra dieci anni.
Il marciapiede passa, le idee restano.
* Sebbene oggi il dibattito sia poco credibile e sia, non più tra politica e tecnica ma, pericolosissimo, tra politica e anti-politica.







Buongiorno Lemi…dopo un pò di assenza leggere di prima mattina il tuo post è tanto emozionanate quanto sconcertante! Una dose così forte di intelligenza tutta insieme e racchiusa in una pagina web è incredibile!
Personalmente, il mio approccio alla politica è ridotto al minimo indispensabile (questo non mi fa certo onore…) ma un’idea piuttosto chiara me la sono fatta…ed è bello vedere che c’è qualcun’altro che la pensa come me!
Grazie per questo post, mi sento un pò a casa…
Mi hai convinto, voterò Tosi!!
Primo: eseguire bignami per le menti meno evolute.
Secondo: in merito al tipo di pensiero prevoto…io guardo al passato, a cosa è stato fatto nell’ultima giunta, è sicuramente un dato concreto che si può benissimo esaminare senza cadere in errori (abbiamo un programma e dei fatti). Se questi sono positivi allora non vedo perchè cambiare la vecchia strada per una nuova (si conosce sempre cosa si lascia ma non si sa cosa si trova).
Se invece sono negativi allora valuto i candidati rimanenti e, escludendo a priori chi non potrà mai raggiungere il voto sufficente per il ballottaggio o l’eventuale vittoria, punto l’attenzione sul reale candidato antagonista…
@aphrodite: va là…figurati che ho grossi problemi con l’antispam:-)
Cmq è un piacere risentirti. Fatti anche vedere, però. C’è il prossimo ritrovone!!
@sandro: preciso!:-D
@folcus: dai dai, mi conosci, sai che sbrodoli papiri, i bignami son impossibili, a meno di quello che ha scritto sandro.
Oppure prendi quello che hai detto tu, ribaltalo, ecco: è quello che ho detto io.
Grazie Lemi per questo bellissimo post!
Ottimo post lemi.
Quoto di forza su tutta la linea.
Il problema è che questi non solo non fanno politica a lungo respiro, pure su quella a corto riescono a svicolare.
Poi c’è che in una situazione di contingenza, che anziché passare ci finiamo sempre più dentro, in cui molta gente ha difficoltà a barcamenarsi e non ha sufficienti energie se non per vivere alla giornata.
Per cui ci vorrebbe un piano strategico che punti lontano, ma tenendo l’occhio sull’oggi per bilanciare i due aspetti.
Circa l’aspetto comunicativo, in sé e per sé non male: un buon comunicatore ti fa capire le cose. Il problema è se lo fa perché fa comodo a lui. C’è poi che anche un’anima candida, da sola, temo finirebbe stritolata nei meccanismi cinici della politica.
In questo senso internet offre davvero un grande supporto. Permette di mettere in contatto persone che la pensano similarmente che, preweb, difficilmente avrebbero mai potuto entrare in contatto. Internet è l’occasione per un nuovo Rinascimento e sprecarla sarebbe un grande peccato. Ma anche qui, se ci pensate, c’è gente che non si fa scrupolo ad usarla nei peggiori modi possibili.
@lemi
@domiziano
Basta guardare i fatti: un conto è la politica, un conto sono i politici. Se parliamo solo di politica intesa come quel ramo della filosofia che si occupa della gestione della macchina sociale, allora il discorso si fa interessante. Se parliamo di partiti allora è come parlare di Inter o Juve o ecc. (tutti han ragione su tutto)
In veronablog i post specifici per questo o quell’altro hanno milioni di commenti, questo post scritto con il cuore e con intelligenza è snobbato… vebbè che ola è in toscana sennò avrebbe acceso il flame anche qui…
Lemi. Splendido.
Analisi lucida e chiara. Linguaggio corretto (e non è poco).
Probabilmente il tuo messaggio sarebbe compreso, se letto, da meno di un terzo dei nostri parlamentari.
Recepito e condiviso forse da una decina.
I parolai sono i veri protagonisti. I parolai e i quattrinai (passatemi la parola). Belle parole, grandi promesse, visione di un futuro immediato pieno di cose belle, positive,. Il tutto detto a sorrisoni alla berlusca. E poi feste, pranzi, buffet, aperitivi, spuntini, dove le liste possono esibire i candidati belli ed eleganti, dove le stelle brillano di luce propria, solo per quel giorno.
Ma a chi importa del discorso importantissimo che hai fatto sul futuro, sulla lunga scadenza?
Grande Lemi, hai scritto una pagina che comunque resterà nella storia di questo blog. Complimenti. Sei un grande.
We want Lemi for President.
Enrico Berlinguer disse ” Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita.”
Questo deve essere il compito della politica non creare caste, corporazioni, certo dare anche in base al merito, non portare a un appiattimento totale, tuttavia essa deve garantire a ciascun cittadino una base uguale, fornire a tutti lo stesso potenziale per esprimere le proprie capacità, gli stessi diritti e gli stessi doveri e il sacrosanto diritto di ribellarsi quando un individuo, una gruppo, un popolo viene sfruttato.
In un famoso discorso all’ONU nel 1964 Ernesto Che Guevara uno dei più grandi uomini del secolo scorso, definito da uno dei più grandi storiografo e giornalista francese “il Cristo Rosso” (per cui invito i soliti a studiarne la vita e le idee, prima di sentenziare che egli fu il solito sporco “comunista”, infatti il Che è conosciuto molto superficialmente da molti, anche tra coloro che ne usano l’icona per le rappresentare le loro idee. Il Che fu colui che affermò al cospetto del Presidente degli Stati Uniti del Nord America, Johnson:
Non c’è nemico piccolo ne forza disprezzabile, perché non ci sono più popoli isolati. Nessun popolo dell’America latina è debole, perché fa parte di una famiglia di duecento milioni di fratelli che soffrono le stesse miserie, sono animati dagli stessi sentimenti, hanno lo stesso nemico, aspirano tutti ad uno stesso destino migliore e godono della solidarietà di tutti gli uomini e le donne onorati del mondo. Questa epopea che ci attende la scriveranno le masse affamate degli indios, dei contadini senza terra, degli operai sfruttati; la scriveranno le masse progressiste, gli intellettuali onesti e brillanti che sono cosí abbondanti nelle nostre sofferenti terre d’America latina. Lotta di masse e di idee, epopea che sarà portata avanti dai nostri popoli maltrattati e disprezzati dall’imperialismo, i nostri popoli sconosciuti fino ad oggi, che già cominciano a togliergli il sonno. Ci consideravano come un gregge impotente e sottomesso e già cominciano ad aver timore di questo gregge, gregge gigante di duecento milioni di latinoamericani nei quali il capitalismo monopolistico yankee intravede già quelli che lo seppelliranno.
L’ora della sua rivincita, l’ora che essa stessa si è scelta, viene indicata con precisione da un estremo all’altro del continente. Ora questa massa anonima, questa America di colore, avvilita, taciturna, che canta in tutto il continente con la stessa tristezza e disinganno; ora questa massa è quella che comincia ad entrare definitivamente nella sua storia, comincia a scriverla col suo sangue, comincia a soffrire e a morire; perché ora per le campagne e per i monti d’America, per le balze delle sue terre, per le sue pianure e le sue foreste, fra la solitudine o il traffico delle città, sulle le coste dei grandi oceani e delle rive dei suoi fiumi comincia a scuotersi questo mondo ricco di cuori ardenti, con i pugni caldi pieni di desiderio di morire per “quello che è appartiene a loro”, di conquistare i suoi diritti calpestati per quasi cinquecento anni da questo o da quello. Ora sì la storia fare i conti con i poveri d’America, gli sfruttati e i vilipesi, che hanno deciso di cominciare a scrivere essi stessi, per sempre, la propria storia. Già si vedono, un giorno dopo l’altro, per le strade, a piedi, in marce senza fine di centinaia di chilometri, per arrivare fino agli ‘olimpi’ dei governanti da una parte all’altra per riconquistare i loro diritti. Già si vedono, armati di pietre, di bastoni, di machetes, dovunque, ogni giorno, occupare le terre, conficcare i loro artigli nelle terre che gli appartengono e difenderle con la loro vita; si vedono con i loro cartelli, le loro bandiere, le loro parole d’ordine, fatte correre al vento, per le montagne e lungo le pianure. E quest’onda di fremente rancore, di giustizia reclamata, di diritto calpestato, che comincia a levarsi fra le terre dell’America latina, quest’onda ormai non si fermerà più. Essa andrà crescendo col passar dei giorni; perché formata dai più; dalle maggioranze sotto tutti gli aspetti, coloro che accumulano con il loro lavoro le ricchezze, creano i valori, fanno andare le ruote della storia e che ora si svegliano dal lungo sonno di abbrutimento al quale li avevano sottomessi. “Perché questa grande umanità ha detto basta e si è messa in marcia. E la sua marcia, di giganti, non si arresterà più fino alla conquista della vera indipendenza per cui sono morti già più di una volta inutilmente. Ora, ad ogni modo, quelli che muoiono, moriranno come quelli di Cuba, quelli di Playa Girón; moriranno per la loro unica, vera e irrinunciabile indipendenza.”
Tutto ciò, signori delegati, questa nuova disposizione di un Continente, dell’America, è plasmata e riassunta nel grido che, ogni giorno più forte, le nostre masse proclamano come espressione irrefutabile della loro decisione di lotta, paralizzando la mano armata dell’invasore. Motto che conta sull’appoggio e la comprensione di tutti i popoli del mondo. VENCEREMOS!
Questo discorso che ha più di 40 anni sembra oggi più che mai attuale.
Il conflitto è tra ricchi, potenti, sfruttatori e sfruttati, deboli, poveri.
Il grande dramma di questi anni èil “conflitto” tra Nord e Sud del mondo, come aveva previsto Che Guevara.
E’ cio che in piccolissimo sta succedendo anche a Verona: Tosi incarna il “partito” dei privilegiati, di chi teme l’altro, di chi vuole difendere il proprio orto, la sua lobby, i suoi piccoli interessi. Zanotto un pò meno anche per la coalizione che ha dietro le spalle. Poi tutto fa schifo e tanto più regna l’ignoranza tanto più il giochino Dio, Patria e Famiglia diventa un cavallo vincente se poi ci si aggiunge una sana dose di razzismo e di regionalismo il dado è tratto, si coagula una forza reazionaria, obsoleta, conservatrice che mira solo a difendere gli interessi di pochi contro il bene comune. Il fatto più grave è che con la demagogia populista conquista anche i voti di chi proprio di stare da quella parte non ne ha nemmeno convenienza.
Questo è il fatto più grave l’oligarchia dominante di ogni colore politico ancora oggi nel 2007 sfrutta l’ignoranza per coltivare ed accrescere i suoi privilegi.
Berlusconi docet.
Questo è il miglior post del momento e nessuno ci scrive. Strano ma vero è meglio insultarsi o dire cagate sui post “schierati” se si tratta di fare un ragionamento che vada oltre al contingente giusto o sbagliato che sia nessuno sa o vuole esprimersi. Lemi D.O.C. Complimenti ancora per questo post.